I Luoghi dello spirito - Santuario Madonna di trapani Messina

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I Luoghi dello spirito


I LUOGHI DELLO SPIRITO
Alla riscoperta degli antichi eremi messinesi




di Nino Principato

    C’erano una volta i “Padri del deserto” che alla fine del IV secolo, mentre il Cristianesimo si apprestava a diventare la religione ufficiale dell’Impero, si ritiravano in luoghi impervi e solitari, nei deserti dell’Egitto, della Palestina, della Siria, per dedicarsi alla vita ascetica e contemplativa, lontanissimi dai clamori e dalle tentazioni di un mondo che si lasciavano, definitivamente, alle loro spalle.

Privazioni, silenzio, preghiera, contemplazione: erano questi i capisaldi di un programma che aveva per fondamento l’esperienza radicale di Dio e gli eremiti, un po’ pazzi ed un po’ santi, spesso focosi ed anche bizzarri, applicandolo rigidamente, forse inconsapevolmente furono gli iniziatori del monachesimo cristiano.

     Il primo monachesimo ascetico in Oriente a partire dal V secolo fu caratterizzato da un modello di vita religiosa estremo. Tale forma di ascesi prevedeva di trascorrere la vita in cima a una colonna, esposti ai vari fattori climatici. Tali monaci venivano definiti “stiliti”.

    Anche a Messina il movimento religioso eremitico ebbe presenze significative già in epoca bizantina, con San Nicandro, per poi spandersi a macchia d’olio nel territorio sotto la spinta propulsiva dei Padri Pacomiti, particolarmente nei secoli XVI e XVII. Quest’ultimi seguivano la regola del loro santo eremita Pacomio (Esna, Egitto, 292-346), fondatore di un primo monastero con ben tremila monaci, tutti affaccendati in lavori manuali: la tessitura delle sporte con i giunchi del Nilo; la costruzione delle imbarcazioni; le coltivazioni agricole; la realizzazione di stuoie e coperte. A Messina il movimento religioso eremitico ebbe presenze significative già in epoca bizantina, con San Nicandro (800 d.C.) e sotto la dominazione araba, nel secolo X, con Pammachio dimorante “sull’estremità del Peloro”, Prassinacio e San Raineri nella lingua di terra della penisola falcata.

    Gli eremi messinesi, quasi tutti ancora oggi esistenti, presentano architetture caratteristiche (quando non ci si trova in presenza di vere e proprie grotte-eremo, direttamente collegabili alle origini del fenomeno anacoretico) e quasi tutti versano nell’abbandono e nel degrado più totali, aggrediti dal cemento che, dopo averli fagocitati, minaccia di cancellarli per sempre. Affascinanti luoghi dello spirito fatti di mistici silenzi, rotti soltanto dal salmodiare medievale e dai cori che scandivano il lento trascorrere, senza fretta, delle ore canoniche. Sono 12 quelli pervenuti più o meno intatti sino a noi, in maggioranza ubicati sulle alture che sovrastano l’abitato di Messina: San Sostene nel Casale di Mili San Pietro che conserva un altare intarsiato settecentesco con simbologie di derivazione basiliana; Santa Maria la Misericordia (sec. XVII) lungo il torrente nell’omonima contrada di Larderia Superiore, passato in proprietà privata nel 1866; San Filippo d’Agira a San Filippo Inferiore; Santa Maria di Loreto a Gazzi, in origine Eremo di Padri Pacomiti dedicato alla Madonna della Catena verso la fine del sec. XVII, demolito nel 1917 e ricostruita la sola chiesa; Santa Maria degli Angioli a “Valle degli Angeli”; Santa Maria delle Gravidelle nella parte alta di via Pietro Castelli; San Giacomo a Noviziato-Casazza; San Corrado allo Scoppo di origine medievale (sulle alture del Boccetta); Santa Maria di Trapani a monte della fiumara omonima; San Nicandro dominante l’omonimo quartiere; San Niccolò nella zona dell’attuale viale dei Tigli; Sarrizzo sui colli, in località denominata “Piano Rama”; Sant’Erasmo ricordato da Cajo Domenico Gallo nel 1755 “[…] non molto distante dal Baluardo di Don Blasco […]” ed oggi non più esistente.


Abbazia San Filippo il Grande

    Il cenobio basiliano di San Filippo il Grande esistente su un’altura dominante la fiumara di San Filippo, fondato nel 1100 dal normanno re Ruggero II, sorse inglobando la grotta che ospitò il Santo eremita Filippo. Nato in Tracia, visse ai tempi dell’imperatore Arcadio (395-408) e, ancora giovane, si recò a Roma. Qui, ordinato sacerdote, fu inviato ad evangelizzare la Sicilia occidentale e a Messina si fermò per qualche tempo abitando, appunto, in una grotta dominante la sottostante vallata, località che prese poi il suo nome. Si stabilì quindi ad Agira, in provincia di Enna, dove compì molti miracoli e morì all’età di settantatre anni, il 12 maggio di un anno imprecisato. San Filippo veniva invocato per la liberazione degli indemoniati (in vita era stato un formidabile esorcista), e, nei periodi di siccità, il suo simulacro veniva condotto processionalmente per i campi coltivati. Scriveva nel 1606 lo storico Giuseppe Buonfiglio: “Si vede in oltre nel fiume di San Filippo, dagli antichi detto Valle longa, l’Abbadia sotto il titolo dell’istesso Santo fondata, & dotata dal Conte Ruggero nell’anno del Mondo creato 6000, nell’ottava Inditione, il cui privilegio della dote fu dato in Messina, & la confermatione parimente dal Rè Ruggieri suo figliuolo fatta all’Abate Athanasio nell’anno del Mondo creato 6653[…] Si vede di notabile l’antro dove questo santo Sacerdote mandato da San Pietro suo maestro per scacciare i Diavoli celebrò la Messa, & si vede ancora l’istesso altare eretto con la statua di marmo di quello Santo. Quest’Abbadia per bellezza, & commodità di stanze, per frescura di giardini, & di fontane, per il sito piano & eminente, per l’aere salubre, è tenuta per il più bel luogo tra le altre Abbadie di San Basilio in Sicilia […]”. L’antro dove visse San Filippo esiste ancora, un’ampia grotta naturale percorribile ad altezza d’uomo, ampliata successivamente nel senso della lunghezza. Ed esiste ancora l’altare parallelepipedo in muratura, rialzato su una pedana, in prossimità dell’ingresso della grotta.

    Oltre alle importanti grotte-eremo di San Nicandro e di Sarrizzo, di grande interesse sono gli eremi, abbandonati al degrado, di San Niccolò o S. Nicolicchio e di San Giacomo.


L'Eremo di San Nicandro

  San Licandro o San Nicandro? Questo è il problema! La stragrande maggioranza dei messinesi chiama l’antico Casale a nord di Messina, oggi uno dei più densamente urbanizzati, San Licandro (ma anche negli atti di enti ed istituzioni pubbliche, oltre che nella toponomastica ufficiale e nelle cartografie, appare con questa errata denominazione). Una brutta e volgare storpiatura dialettale dell’originario nome, San Nicandro appunto, che occorrerebbe una volta per tutte e per sempre finalmente correggere.

    L’Abate e anacoreta Nicandro visse a Messina, nel sec. VIII-IX, in una grotta-eremo che, successivamente, fu trasformata in tempietto.

    L’eremo fu da lui fondato tra il 790 e l’800 e da un primo nucleo di discepoli, Demetrio, Gregorio, Pietro, Elisabetta. Nel 1611 si rinvennero, al suo interno, cinque scheletri ritenuti di San Nicandro e compagni e traslati nel Monastero del SS. Salvatore dei Greci alla foce del torrente Annunziata (nel sito dove oggi sorge il Museo Regionale).   

    Probabilmente i fondatori del primitivo eremo e della successiva Abbazia furono martirizzati e morirono, tutti e cinque, il 19 settembre dell’anno 800. Così, infatti, è riportato nell’autorevole libro di Pietro Pompilio Rodotà dal titolo “Dell’origine, progresso e stato presente del Rito Greco in Italia” nella parte che tratta dei “Monaci greci nel catalogo de’Santi, che illustrarono la Sicilia”, stampato a Roma nel 1760.

     Ma anche lo storico messinese Giuseppe Buonfiglio, oltre centocinquantanni prima, nella sua “Messina Città Nobilissima” stampata a Venezia nel 1606, aveva precisato riportando il corretto nome di San Nicandro: “Vedesi in oltre ritornando verso Messina nel villaggio nominato dal titolo dell’Abbadia di San Nicandro posta in cima d’una collina…della regola di San Basilio di Greci […]”.

    Il santo Nicandro (dal greco “uomo che vince”) ha avuto in passato sia a Messina che a Fiumedinisi, dove esistono ancora oggi i ruderi di un suo monastero, un culto particolare e veniva festeggiato (oggi non più) il 19 settembre, giorno e mese della sua morte. L’esperienza della vita ascetica era raccomandata dai grandi Padri della Chiesa e lo stesso San Basilio (329-379), estensore delle regole cui si ispirarono i monaci suoi seguaci e perciò, detti, basiliani, condusse vita anacoretica e contemplativa in perfetta solitudine.     

          Oggi, percorrendo in salita la strada che conduce a San Nicandro Alto, si nota sulla destra una costruzione abitativa che incorpora l’antico eremitaggio, passato in proprietà privata a seguito della legge di soppressione degli Ordini Religiosi, del 1866, con la quale lo Stato confiscò i beni ecclesiastici per venderli, appunto, ai privati.

    Dell’antica struttura religiosa sopravvivono due finestre monofore con arco ogivale del ‘400, il portale e la cupola del tardo Cinquecento che sovrasta e protegge la grotta del Santo (speriamo ancora esistente e non demolita nel corso dei recenti lavori di ristrutturazione dell’immobile).


L'Eremo di Sarrizzo

    Risalendo la strada statale che porta ai Colli di Sarrizzo, subito dopo la “ Casa di Riposo delle Figlie del Divin Zelo” in località Piano Rama, esiste la grotta-eremo che, secondo la tradizione, ospitò l’eremita Sarrizzo. Il piccolo ambiente è a pianta rettangolare (mt. 1,20 x 1,80 x 1,90), coperto da una volta a botte con struttura muraria in mattoni. Sulla parete di fondo, al centro, campeggia una croce greca scavata sulla pietra ed altre due più piccole sono incise,  in basso (affinità con le celle-eremi d’Egitto). Interessante la presenza di alcune iscrizioni in greco di difficile lettura.
Presumibilmente di epoca bizantina o normanna, sulle pareti laterali interne sono graffiti l’anno 1766, il nome Gius. Midili e l’anno 1660, a testimonianza che il sito era intensamente frequentato in passato.
   L’eremo di San Niccolò o San Nicolicchio, che sorge in proprietà privata dal 1866 in adiacenza del viale dei Tigli, risale al 1642 come si legge in un graffito nel basamento del campanile con accanto una lapide marmorea recante la scritta “D.O.M. REGIA EREMUS”. Altra iscrizione, all’interno della chiesa nel locale sacrestia, ammonisce perentoriamente:

IN QUESTO EREMO DI/S. NICOLA NON POSSONO/ENTRARE DONNE/DI QUALSIVOGLIA CONDIZIONE/E STATO SOTTO/PENA DI SCOMUNICA/MAGGIORE/1750”.

    L’eremo di San Giacomo, ricordato da Giuseppe Buonfiglio nel 1606 come “Antico Oratorio di San Filippo e Iacopo Apostoli”, è un’antica struttura ridotta quasi allo stato di rudere in proprietà privata e conserva il semplice ma elegante portale in pietra calcarea, affiancato da due finestre ovali, con all’interno il pregevole arco trionfale che immette nella zona presbiteriale, composto da conci calcarei finemente lavorati che presentano i caratteri stilistici di un rinascimento attardato.

    Cajo Domenico Gallo, nel 1755, lo descrive fornendo ampie notizie: “ Vicino al Castello Gonzaga, poco distante dalla Città sulla collina eravi un piccolo Oratorio dedicato a San Jacopo Apostolo, quale alcuni anni or sono, il Sacerdote Don Antonio Giordano lo ristorò dalle fondamenta, rifabbricando la Chiesa, e facendo un comodo Eremitorio per alquanti religiosi dell’Ordine di San Pacomio.
In essa Chiesa si celebra la Festa di Nostra Signora della Sagra Lettera all’otto settembre, con indulgenza plenaria concessa dal regnante pontefice Benedetto XIV, con molto concorso di popolo”. Intorno all’eremo, le silenziose testimonianze di un’intensa attività agricola svolta sotto la stretta osservanza della dura regola di San Pacomio: il pozzo, il palmento, il forno, i locali per gli animali da cortile.
   L’eremo di Santa Maria di Trapani deve il suo nome al miracolo del 1244 all’origine del culto verso la Madonna di Trapani quando un simulacro marmoreo della Vergine col Bambino, venerato in una chiesa dell’Ordine dei Cavalieri Templari in Siria, di cui era commendatario il cavaliere Guerreggio, venne imbarcato verso Pisa, sua città natale. Ma un’improvvisa tempesta costrinse la nave ad ormeggiare nel porto di Trapani. Riparati i danni dal fortunale, l’imbarcazione non poté riprendere il mare e ci si convinse, allora, che la statua della Madonna voleva restare a Trapani (dove ancora oggi è venerata). A Messina il culto fu portato per iniziativa di qualche eremita che si era stabilito nell’alta valle del torrente Trapani. Qui, in posizione dominante, venne costruito l’Eremo che nel 1531 fu occupato dai Padri Cappuccini. Nel 1654 l’Eremo era abitato da due soli religiosi spagnoli che raccolsero altri anacoreti sotto la Regola di San Pacomio. Nella prima metà del ‘700 Padre Saverio Amato si aggregò agli eremiti di Santa Maria di Trapani e sotto la sua spinta l’Eremo divenne punto di riferimento per gli altri che andavano sorgendo, fregiandosi del titolo di “Aeremus Regia”.

    Nel fondovalle del torrente “delle Luscinie”, poi Portalegni (oggi via Tommaso Cannizzaro e Pietro Castelli), sorse l’Eremo Santa Maria delle Gravidelle di origine medievale che era ubicato nei pressi dell’attuale rudere con tipologia a torre, successivamente intitolato alla Madonna delle Grazie. Tenne rapporti stretti con l’Eremo di Santa Maria degli Angioli e fu concesso in affitto, da parte dell’eremita sac. Carbonaro, al sac. La Spada, con un fondo rustico con vigneti e uliveti che si mantenne fino al 1917. Venne distrutto dal terremoto del 1908.

    L’Eremo di San Corrado sorse nell’alta valle del torrente Boccetta, dove si trovava una chiesa della metà del ‘500 dedicata a Santa Maria di Visitò, così detta per le ricorrenti visite durante la Settimana Santa alla Madonna in lutto per la morte del Figlio. Nel 1661 vi giunsero due eremiti, Fra Pietro Gazzetti da Modena e Padre Diego Cannata da Taormina. Fra Pietro Gazzetti, devoto dell’eremita di Piacenza San Corrado, vi portò il suo culto. Abbandonato nel 1743 a causa della peste dai cinque eremiti che vi abitavano sotto la Regola di San Pacomio, nel 186 fu abbandonato definitivamente dopo le leggi eversive e passò in proprietà privata.

    Santa Maria degli Angioli è un Eremo edificato nel 1685 da Padre Giovanni Battista Di Pino, nato a Matera, che qui si ritirò insieme ad altri compagni sotto la Regola di San Pacomio. L’Eremo, che ha dato il nome al Rione “Valle degli Angeli”, era abitato da eremiti  che avevano il curioso obbligo di mandare giù a memoria il Salterio e il Nuovo Testamento. Per 70 anni Di Pino fu alla guida dell’Eremo, mantenendo rapporti di fraterna amicizia con Padre Saverio Amato, dell’Eremo di Santa Maria di Trapani. Morì il 12 giugno 1754 e in suo onore le campane di tutte le chiese di Messina e quelle dei 48 Casali, suonarono a morte per tutta la giornata. Oggi l’Eremo è affidato alle “Collaboratrici di Gesù Crocifisso”. Nel cortile si trova il pozzo centrale datato 1731-33 mentre il portale d’ingresso alla chiesa reca la data 1736. All’interno era custodito un dipinto con la “Madonna degli Angeli con S. Francesco d’Assisi in Adorazione”, opera cinquecentesca di Polidoro Caldara da Caravaggio oggi al Museo Regionale. Fra le altre opere conservate, un’acquasantiera marmorea (sec. XVII); l’altare maggiore a tarsie policrome marmoree (sec. XVIII); un dipinto con l’”Immacolata, S. Anna e S. Gioacchino” attribuito a Catalano il Giovane e un bassorilievo del 1685 raffigurante San paolo e San Pacomio immersi nella lettura di un testo scaro, con un corvo che reca loro sul becco il pane per sfamarli.

    Nella scelta dei luoghi gli anacoreti furono indubbiamente condizionati dalle caratteristiche del territorio peloritano: vicinanza delle colline alla costa e numerose fiumare, vicine tra loro. La fiumara, infatti, permetteva di raggiungere velocemente gli eremi e i cenobi ubicati sulle colline, in buona parte, a loro volta, collegati tra loro da sentieri e trazzere. Gli eremi messinesi, che fino all’Ottocento furono organismi vivi e vitali, fucine di cultura e di intensa spiritualità, nel 1866 passarono quasi tutti in proprietà privata in conseguenza della soppressione delle corporazioni religiose, avvenuta in quell’anno.


L' eremo-santuarietto di Salice

    Tranne Santa Maria di Trapani, San Sostene, Santa Maria di Loreto, Santa Maria degli Angioli, gestiti dalla Curia, e San Corrado in proprietà della famiglia Morabito che lo ha egregiamente restaurato, gli altri cadono in pezzi nel totale abbandono e con loro sarà destinato a sparire, per sempre, un suggestivo spaccato della millenaria storia religiosa di questa città.


                                                                    Nino Principato

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